Una colonia non accumula miele per caso. Le scorte conservate nei favi servono a sostenere migliaia di api durante tutto l'anno e forniscono l'energia necessaria per volare, lavorare all'interno dell'alveare, allevare la covata e mantenere la temperatura necessaria alla vita della famiglia. Persino costruire nuovi favi ha un costo energetico importante, perché anche la produzione della cera richiede un notevole consumo di zuccheri.
Ma di quanto miele stiamo parlando? Dare una risposta unica non è possibile, perché il fabbisogno di una colonia cambia continuamente nel corso dell'anno. Una famiglia in piena primavera, con molta covata e decine di migliaia di individui, ha esigenze molto diverse rispetto alla stessa colonia nel cuore dell'inverno. Cambiano la popolazione, l'attività di volo, il numero di larve da nutrire, la quantità di cera da produrre e l'energia necessaria per mantenere nell'alveare le condizioni adatte alla vita delle api.
Miele, ma non solo
Il miele rappresenta soprattutto una riserva di carboidrati e quindi una delle principali fonti di energia della colonia. Le api utilizzano gli zuccheri per il volo e per le numerosissime attività che svolgono dentro e fuori dall'alveare, ma la loro alimentazione non si esaurisce nel miele. Il polline apporta proteine, grassi e altri nutrienti essenziali, soprattutto durante l'allevamento della covata, mentre anche l'acqua viene raccolta e utilizzata secondo le necessità della famiglia.
È proprio il ciclo della colonia a rendere molto variabile il consumo. Con la ripresa primaverile aumenta rapidamente il numero delle api e, insieme a esso, cresce la quantità di covata da allevare. Le bottinatrici devono volare per chilometri alla ricerca di nettare, polline e acqua, le nutrici devono alimentare le larve e l'interno dell'alveare deve essere mantenuto nelle condizioni adatte allo sviluppo della covata. Alla fine dell'estate e durante l'autunno la situazione cambia nuovamente, fino ad arrivare all'inverno, quando l'attività esterna si riduce drasticamente ma il consumo di miele non si interrompe.
Quanta energia consuma una colonia?
Le quantità sono molto maggiori di quanto potrebbe suggerire la dimensione di una singola ape. Le stime riportate in letteratura variano considerevolmente in funzione delle condizioni ambientali, della forza della famiglia e dell'attività della colonia, ma mostrano comunque che nel corso di un anno il consumo complessivo può essere dell'ordine di decine di chilogrammi di miele. Una stima classica per una colonia in clima temperato indica circa 60 chilogrammi all'anno, mentre altri studi riportano fabbisogni ancora superiori.
Questo dato può sorprendere perché noi vediamo soprattutto il miele che alla fine della stagione può essere raccolto dall'apicoltore. Ma quello è soltanto il surplus che la colonia è riuscita ad accumulare oltre a ciò che ha già consumato per vivere e a ciò che deve conservare per i periodi nei quali le risorse esterne saranno insufficienti.
Gran parte dell'energia raccolta durante una stagione, quindi, non arriverà mai in un vasetto. Sarà stata utilizzata dalle api per mantenere in funzione quella complessa struttura biologica che chiamiamo colonia.
Anche costruire i favi costa miele
Uno degli impieghi meno evidenti di questa energia è la produzione della cera. Le operaie la secernono attraverso apposite ghiandole e con essa costruiscono i favi nei quali verranno allevate le nuove api e immagazzinati miele e polline. Si tratta di una struttura indispensabile per la vita della colonia, ma costruirla ha un costo energetico tutt'altro che trascurabile.
Le stime non sono tutte identiche, ma l'ordine di grandezza è impressionante. La FAO indica un consumo compreso indicativamente tra 8 e 15 chilogrammi di miele per produrre un chilogrammo di cera. Significa che la produzione di appena cento grammi di cera può comportare, come ordine di grandezza, un consumo di circa 0,8-1,5 chilogrammi di miele.
Naturalmente non dobbiamo immaginare una semplice trasformazione diretta di otto o dieci chilogrammi di miele in un chilogrammo di cera: si tratta di una stima del costo energetico sostenuto dalla colonia per produrla. Il dato, però, aiuta a comprendere quanto sia impegnativa la costruzione dei favi e perché le api non producano cera senza necessità.
E spiega anche un aspetto importante dell'apicoltura: conservare e riutilizzare favi in buone condizioni significa lasciare alla colonia una struttura già costruita, evitando che debba investire ogni volta grandi quantità di energia per ricostruirla.
E durante l'inverno?
Con l'arrivo del freddo l'attività dell'alveare cambia profondamente, ma le api non vanno in letargo. Con l'abbassarsi delle temperature si raccolgono progressivamente in glomere e utilizzano energia per mantenere al suo interno condizioni compatibili con la sopravvivenza della colonia. Una delle fonti di quell'energia è proprio il miele immagazzinato nei favi.
Non esiste una quantità di scorte valida per ogni alveare e per ogni territorio. Come riferimento generale, UNAAPI indica normalmente 15-25 chilogrammi di provviste, a seconda delle zone, come quantità che può permettere a una colonia di attraversare l'inverno. Si tratta però di un'indicazione, non di una formula da applicare meccanicamente: contano la forza della famiglia, l'andamento climatico, la durata del periodo senza raccolto e il momento in cui riprenderà l'allevamento della covata.
E proprio la fine dell'inverno può diventare un momento particolarmente delicato. Quando ricomincia l'allevamento della covata aumentano nuovamente le esigenze energetiche e alimentari, mentre le scorte accumulate l'anno precedente si sono ormai ridotte. Se contemporaneamente il maltempo impedisce alle bottinatrici di uscire o le prime fioriture non offrono ancora risorse sufficienti, una colonia che ha attraversato senza problemi i mesi più freddi può trovarsi improvvisamente in difficoltà.
Il miele che rimane nell'alveare
È a questo punto che una curiosità sulla biologia delle api entra direttamente nel lavoro dell'apicoltore. Alla fine della stagione non basta osservare quanto miele è stato prodotto: bisogna anche valutare ciò che rimane nel nido e capire se le provviste saranno sufficienti per accompagnare la colonia attraverso i mesi successivi.
Alle Terre dei Maghi preferiamo che le nostre famiglie affrontino l'inverno con scorte abbondanti. Il miele presente nell'alveare non viene quindi considerato semplicemente come qualcosa che potrebbe essere raccolto: una parte di quelle riserve appartiene al ciclo della colonia e deve continuare a svolgere la funzione per la quale le api l'hanno accumulata.
Nel nostro caso questa attenzione è anche coerente con le regole dell'apicoltura biologica. Il Regolamento europeo sulla produzione biologica prevede infatti che, alla fine della stagione produttiva, negli alveari siano lasciate scorte di miele e di polline sufficienti affinché le api possano superare il periodo invernale; l'alimentazione delle colonie è prevista quando la loro sopravvivenza è minacciata dalle condizioni climatiche.
Questo non significa naturalmente che non possa mai essere necessario intervenire. Un'annata particolarmente difficile, una prolungata assenza di raccolto o consumi superiori alle attese possono rendere necessaria un'alimentazione di soccorso. Il punto è diverso: il raccolto del miele non può essere deciso senza considerare contemporaneamente le necessità della colonia.
Una dispensa costruita durante l'anno
Alla domanda “quanto mangiano le api?” non possiamo quindi rispondere con un unico numero. Una colonia consuma molto e lo fa in modi diversi: utilizza energia per volare e bottinare, per allevare migliaia di nuove api, per mantenere la temperatura, per costruire i favi e, durante i periodi nei quali il nettare non è disponibile, vive grazie alle riserve accumulate nei mesi precedenti.
Il miele conservato nell'alveare è perciò molto più di ciò che non è stato raccolto dall'apicoltore. È una vera dispensa costruita durante i periodi di abbondanza e rappresenta una delle condizioni che permetteranno alla colonia di attraversare l'inverno, arrivare alla primavera successiva e ricominciare il proprio ciclo.